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Ansia, nemica o amica?

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A cura di Sara Pavanello

Diciamocelo: tutti abbiamo, prima o poi, sperimentato l’ansia.

Nonostante questo, può essere difficile cercare di descriverla. Possiamo definire l’ansia come un vissuto di attivazione, irrequietezza, una sensazione di sospensione, quasi di paura di qualcosa a cui non si riesce a dare un nome.

È una esperienza umana che ha a che fare con la percezione che la persona ha di un cambiamento che sta avvenendo nella sua vita, nella sua persona o più in generale nel suo modo di guardare il mondo. Ha quindi a che fare con la percezione che i nostri occhiali attraverso cui guardiamo il mondo non sono più della gradazione adeguata, che la nostra mappa che ci permette di interpretare quello che avviene attorno a noi non è “aggiornata” e non ci permette di leggere con sicurezza la strada da prendere o non ci assicura più di arrivare a destinazione.

Di conseguenza, quello che accade ci pone di fronte alla necessità di trovare altre spiegazioni e significati che funzionino meglio per comprenderlo. Rimanendo nella metafora, ci sentiamo nella necessità di aggiustare la gradazione delle nostre lenti o di avere una cartina più “moderna”.

Solitamente la persona sperimenta ansia di fronte ad eventi “imprevedibili” o “incontrollabili” e quello che spaventa è la previsione di finire in uno stato di sé poco conosciuto in cui il futuro è incerto, inimmaginato, sfuocato e per questo spaventoso.

Anche se l’ansia è legata alla paura, non sono la stessa cosa. La paura è una risposta mirata diretta a un evento o un oggetto specifico, e la persona ne è consapevole mentre l’ansia, d’altra parte, è spesso sfocata, vaga e difficile da definire e ricondurre ad una causa specifica.

La persona può iniziare a pensare che l’ansia stia diventando un problema quando è così intensa e frequente da compromettere il suo benessere e la sua vita quotidiana.

Si narra che uno psicologo stesse spiegando alla sua classe di studenti come gestire meglio lo stress. Quando sollevò un bicchiere d’acqua, tutto il pubblico immaginò che avrebbe posto la solita domanda: “Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?” Quello che invece domandò fu: “Quanto credete che pesi questo bicchiere d’acqua?” Le risposte variarono da 250 a 400 grammi. “Il peso assoluto non conta, – replicò lo psicologo – dipende dal tempo per cui lo reggo. Se lo sollevo per un minuto, non è un problema. Se lo sostengo per un’ora, il braccio mi farà male. Se lo sollevo per tutto il giorno, il mio braccio sarà intorpidito e paralizzato. In ogni caso il peso del bicchiere non cambia, ma più a lungo lo sostengo, più pesante diventa.” E continuò: “Gli stress e le preoccupazioni della vita sono come quel bicchiere d’acqua.”

Quando l’ansia diventa un problema? Quando i pensieri preoccupanti sono diffusi durante la giornata e durano nel tempo, le preoccupazioni fanno provare grande stress e disagio, i problemi e le preoccupazioni sembrano ingestibili, ogni situazione risulta essere un problema, e le preoccupazioni limitano le capacità personali e le attività quotidiane. In questo caso il colloquio psicologico può essere un valido strumento per capire cosa stia succedendo e trovare, insieme al terapeuta, un modo per stare meglio.

Con questo non stiamo dicendo che “tutta l’ansia venga per nuocere”: una certa quota di ansia ci consente di affrontare le situazioni della vita quotidiana costringendosi in qualche modo ad impiegare risorse mentali e fisiche in maniera maggiore o più focalizzata, pensiamo ad esempio all’ansia che ci attiva prima di un esame o di un importante colloquio di lavoro.

L’ansia quindi, come esperienza umana che interessa tutti, può non essere necessariamente vista come un problema psicologico «da curare» o a cui porre rimedio. Possiamo considerare l’ansia come la percezione che la persona ha che un cambiamento sta avvenendo nella sua vita, nella sua persona, nel suo modo di guardare le cose, di gestire le relazioni, quindi come qualcosa che parla di noi e che può aiutarci a capire meglio come siamo e come abitiamo nella nostra realtà.